Storia del MST (fino all’anno 2000)

Le origini del movimento

Nato agli inizi degli anni ’80 dalle numerose mobilitazioni spontanee dei contadini del Sud del Brasile, l’MST era ed è presente in quasi tutti i 26 Stati del Brasile, principale riferimento della lotta per la terra e per la riforma agraria.

Le origini del movimento vanno cercate in vari fattori. Fino alla fine del 1.800 erano gli indios e i neri i protagonisti della lotta per la difesa dei territori invasi dai pionieri e colonizzatori. Verso la fine del XIX° secolo e l’inizio del XX°, sorsero movimenti contadini messianici che seguivano leader carismatici. Ad esempio, i movimenti dei Canudos, con Antonio Conselheiros; dei Contestado, con Monge Josè Maria; dei Lampião e altri. Negli anni ’30-‘40 vi furono conflitti violenti, in diverse regioni, contro possidenti terrieri che difendevano le loro aree individualmente, con armi in mano. Fra il 1959 e 1964 movimenti contadini si organizzarono come categorie e nacquero la Liga Camponesas, l’Unione dos Lavradores e Trabalhadores Agrìcolas do Brasil e il Movimento dos Agricultores Sem Terra (Master). Questi movimenti furono schiacciati dalla dittatura militare e dopo il 1964 i leaders vennero assassinati, arrestati o esiliati.

Solo negli anni ‘80 maturò un processo di democratizzazione, che ha reso possibili nuove forme di espressione e rafforzamento delle organizzazioni sociali. Anche l’azione cattolica progressista, attraverso la ”Commissione Pastorale della Terra”, contribuì a far sì che i contadini prendessero coscienza dei propri diritti, spingendoli a superare quell’atteggiamento di sottomissione e di rassegnazione che la chiesa tradizionale aveva inculcato loro. In questo contesto avvenne nel 1984 il primo incontro che diede nome e organizzazione propria al MST, che negli anni seguenti si rafforzò in tutto il Brasile, principalmente negli Stati del Nord Est (Bahia, Sergipe, Alagoas, Pernambuco, Paraiba, Piauì, Rio Grande del Nord, Cearà, Maranhao).

L’MST si poneva tre grandi obiettivi: la terra, la riforma agraria e una società più giusta. Voleva la definizione di un’area massima di ettari di proprietà per superare il latifondo improduttivo e la politica dei coloni, che fino ad allora si era dimostrata un fallimento, e per incentivare i piccoli produttori. Difendeva l’autonomia delle aree indigene che invece risultavano minacciate dai latifondisti. Auspicava la democratizzazione delle acque del Nord Est, assicurando così agli agricoltori di quelle zone di rimanere a coltivarle. Sosteneva la Riforma Agraria come soluzione politica e sociale alla situazione di povertà e di degrado: infatti, distribuendo la terra incolta ai contadini “disoccupati”, si sarebbe potuto combattere la fame e la miseria, aumentare l’offerta di lavoro e di alimenti ed elevare il potere di acquisto delle popolazioni più povere. Arrestare, di conseguenza, l’esodo rurale e decongestionare i grandi agglomerati urbani. Diminuire i fattori che generavano emarginazione, criminalità e insicurezza nelle città. Migliorare anche le condizioni di salute, di educazione, di abitazione e di previdenza sociale nelle campagne. Rafforzare le piccole e medie città, dinamizzando così tutta la società.

La lotta

Le forme di lotta utilizzate dal Movimento dei Sem Terra hanno avuto un forte impatto sull’opinione pubblica, sollevando polemiche e critiche ma anche sostegno diffuso. L’occupazione di terre, di migliaia di ettari di terre incolte che per legge dovevano essere restituite allo Stato, gli accampamenti di migliaia di famiglie allestiti ai lati delle strade, le marce di protesta, i sit-in, erano oggetto di commento sui mezzi di comunicazione di massa, di prese di posizione dei politici ed autorità locali e federali.

L’MST sosteneva che senza queste forme di pressione la riforma agraria avrebbe continuato a non essere affrontata per non ledere gli enormi interessi delle grandi proprietà (spesso multinazionali). Al tempo stesso il Movimento seppe tessere alleanze con numerosissime forze sociali e con schieramenti politici sviluppando un’intensa attività presso il Congresso federale e presso gli organi parlamentari dei singoli Stati interessati. La maggior parte dell’opinione pubblica brasiliana divenne così cosciente della necessità della riforma agraria.

Nel 1995 su tutto il territorio brasiliano, su una superficie superiore ai 13 milioni di ettari, erano presenti 1.600 insediamenti, per un totale di 269.000 famiglie di Sem Terra. Di queste, 140.000 avevano già ottenuto la terra dallo Stato e potevano così vivere ed organizzarsi. Era un risultato importante, ma non sufficiente se si pensa che le famiglie senza terra erano 4,8 milioni.

La violenza sui Sem Terra

Le occupazioni di terre incolte, l’organizzazione di accampamenti dei Sem Terra e le altre forme di protesta non di rado provocavano la violenta reazione dei grandi proprietari terrieri, che avevano una notevole presenza nel Congresso e spesso potevano fare affidamento sulla complicità dei politici locali e della forza pubblica. Dal 1985 al 1995 le vittime dei conflitti rurali ammontarono a 922. Vi furono inoltre 820 tentati omicidi e 2.412 minacce di morte, soprattutto nei confronti di sindacalisti, sacerdoti, avvocati e piccoli proprietari terrieri.

L’aumento dei conflitti e i fatti di sangue, spesso rimasti impuniti, che si registrarono in quel periodo ebbero un fortissimo impatto sull’opinione pubblica nazionale e internazionale, e sempre più opinion-leader brasiliani si pronunciarono a favore della riforma agraria.

L’ennesimo fatto di sangue che sconvolse l’opinione pubblica brasiliana fu il massacro di Eldorado do Carajas, nello stato del Parà, nell’aprile del ‘96. La polizia militare sparò sui contadini Sem Terra che avevano occupato pacificamente la fazenda di Macaxeira, uccidendo 19 persone. La fazenda era stata occupata il 5 marzo da 3.000 famiglie e da allora erano in corso le trattative con il Governo federale per avere l’assegnazione delle terre su cui installarsi definitivamente, in linea con quanto previsto da una parziale riforma agraria attuata negli anni ‘80.  Si seppe poi che il massacro era stato premeditato e programmato e che i proprietari terrieri della zona avevano patrocinato l’operazione con un’ingente somma. L’impatto sull’opinione pubblica nazionale ed internazionale fu fortissimo. Lo stesso presidente Fernando Henrique Cardoso dichiarò che “nulla può giustificare il fatto che degli agenti sparino contro persone che stanno manifestando le proprie opinioni”, e riaffermò l’impegno a procedere con l’attuazione della riforma agraria.

Il sistema cooperativistico nazionale

L’MST si occupò anche di consolidare l’economia dei piccoli produttori e, agli inizi degli anni ‘90, diede vita al Sistema Cooperativistico Nazionale, una struttura che aggregava cooperative di base e federazioni a livello dei singoli stati, il cui compito principale era di facilitare alle organizzazioni contadine l’accesso ai servizi che le amministrazione locali, statali e federali dovevano mettere a disposizione: credito, assistenza tecnica, sostegno alla commercializzazione e servizi sociali.

I risultati non si fecero attendere: molti gruppi di base che avevano seguito una formazione in materia di elaborazione e di negoziazione di progetti produttivi, ottennero finanziamenti anche molto consistenti e furono in grado di dare una risposta alle esigenze socio-economiche degli insediamenti. Quella fase fu resa possibile dal sostegno degli organismi di cooperazione, soprattutto europei, che affiancarono il Movimento dei Sem Terra, ma lo scopo era di fare in modo che fossero le istituzioni brasiliane stesse a farsi carico delle esigenze degli insediamenti.

Il MST ha meritato il premio Nazionale dei Diritti Umani Vladimir Herzog, medaglia Cico Mendes, per la sua lotta contro la violenza; il Premio Nobel Alternativo del parlamento svedese (1991); la Menzione d’onore del re Baldovino del Belgio (1994); il premio UNICEF per l’attività educativa dell’infanzia (1995).

(scritto nell’anno 2000)